Roma - Colonizzazione commerciale, l’invasione di minimarket stranieri sostituisce negozi italiani. E li mette KO
Roma, nell’anno giubilare, quello dei milioni di pellegrini che stanno invadendo il centro della Capitale e l’area attorno al Vaticano, segna un record storico negativo: oltre 10mila serrande abbassate. Il dato, elaborato da Confesercenti Roma, conferma l’andamento degli ultimi anni, in cui la contrazione della vendita al dettaglio e la chiusura di tanti negozi nelle città e nelle piccole località, è figlia di diversi fattori. Ad influire c’è sicuramente l’aumento degli acquisti online, ma va sottolineato il cambio di abitudine dei consumatori italiani ed europei nel post-Covid che, se devono comprare fisicamente, optano spesso per i grandi centri commerciali. Meno cittadini che comprano fisicamente portano ad una chiusura di quelli che vengono definiti negozi di prossimità, con la conseguente chiusura a raffica degli esercizi storici.
APERTURA SELVAGGIA DEI MINIMARKET NEI CENTRI STORICI

MINIMARKET VIA OTTAVIANO
Nella desertificazione commerciale, che colpisce indistintamente, emerge un dato in controtendenza, soprattutto nelle aree a forte vocazione turistica: quella dell’apertura di minimarket che vendono alimenti o oggetti destinati a chi sceglie di visitare il nostro paese. Si tratta di frutta e verdura, bevande, ma anche t-shirt, souvenir, borse o prodotti certamente non marchiati Made in Italy, con costi produttivi molto bassi e con ricarichi elevatissimi.
TURISTI ACQUISTANO SOUVENIR DELL’ITALIA PRODOTTI IN CINA E VENDUTI IN NEGOZI DI STRANIERI
Tutto questo fa parte del problema globale dell’overtourism: oggi i costi di trasferimento e pernotto sono talmente alti che la maggior parte dei turisti finisce poi per risparmiare sul resto del viaggio, quindi ristoranti, shopping locale e spese voluttuarie. Quindi cosa riportare a casa come ricordo? magneti e souvenir prodotti in altri continenti, come magliette o borse contraffatte, con buona pace della produzione nazionale e dei negozi che tentano di venderla anche a visitatori di altri paesi.
La diffusione dei minimarket nei centri delle città d’arte è una realtà del quotidiano. Roma, Firenze, Venezia sono invase da piccoli negozi che si stanno espandendo a discapito di quelli storici, a cui siamo stati abituati per decenni. I minimarket spuntano come funghi, in tempi rapidissimi e spesso capita di vedere cambiare la loro gestione repentinamente perfetta per il turista-mordi-e-fuggi, molto meno per il cittadino e per il viaggiatore attento.
Ma come nasce questo fenomeno? Come è possibile che un imprenditore straniero riesca dove fallisce chi da decenni ha presidiato il territorio, creando un rapporto di fiducia continuo con i clienti?
TUTTO NASCE DALLA LEGGE BERSANI

PIER LUIGI BERSANI
Dal punto di vista normativo tutto nasce dalla Legge n. 248 del 4 agosto 2006, la cosiddetta Bersani. Con la Legge Bersani del 2006, l’Italia ha voltato pagina sul fronte delle liberalizzazioni. Tra i settori più colpiti dal cambiamento c’è quello del commercio al dettaglio, in particolare nei centri storici delle città turistiche, dove fino ad allora aprire un negozio era spesso un percorso ad ostacoli.
Prima dell’intervento legislativo, infatti, chi voleva avviare un’attività commerciale doveva affrontare una burocrazia lenta e rigida: servivano autorizzazioni comunali, si dovevano rispettare piani che limitavano il numero e la tipologia di negozi ammessi, e perfino gli orari di apertura erano stabiliti dalle amministrazioni. Un sistema pensato per tutelare l’equilibrio urbano, ma che di fatto frenava la concorrenza e scoraggiava i nuovi imprenditori.
SPARITI I CONTINGENTAMENTI COMUNALI
Con la riforma Bersani, tutto questo è cambiato. Le autorizzazioni preventive sono state sostituite dalla SCIA, una semplice segnalazione che consente di aprire immediatamente, riducendo tempi e costi. Sono scomparsi i contingentamenti comunali, e i commercianti hanno ottenuto la libertà di scegliere orari e giorni di apertura, anche in zone a forte vocazione turistica.
In definitiva, la Legge Bersani ha dato una scossa al commercio urbano, nel tentativo di semplificare la vita a chi vuole fare impresa e contribuendo a trasformare i centri storici italiani in spazi più aperti, moderni e accessibili, pur nel rispetto della loro identità culturale.
SPARISCONO NEGOZI BALUARDO DELLA SICUREZZA E DEL DECORO URBANO
Purtroppo questa strada che puntava ad agevolare le aperture commerciali ha preso una direzione imprevista che, a quasi 20 anni dalla sua approvazione, richiede un aggiornamento legislativo che consenta ai comuni di proteggere non solo la qualità urbanistica, ma anche quella commerciale. I negozi di vicinato hanno da sempre costituito un baluardo per la sicurezza e il decoro delle città, aspetto che oggi, soprattutto dove il flusso turistico è quasi insostenibile, sembra smarrito.
L’ESEMPIO NEGATIVO DI PRATI, A ROMA: UN SUK A DUE PASSI DAL VATICANO

MINIMARKET, SOUVENIR, LA COLONIZZAZIONE COMMERCIALE A ROMA
Roma è l’esemplificazione di questo cortocircuito. Il centro storico è protetto come Patrimonio Unesco e questo permette al Comune di riuscire a controllare nuove aperture, nonostante le vecchie licenze siano sempre valide e possano passare di mano facilmente. Il problema nasce non appena si esce dall’area protetta e si passa nelle zone limitrofe. È il caso di Prati, rione – l’ultimo nato, nel 1921 – che tecnicamente fa parte del centro, ma è fuori dalla zona Unesco-ZTL. Il rione è a due passi dal Vaticano, anzi la fermata Ottaviano della metro A è quella da cui i turisti escono per recarsi in Basilica o verso i Musei Vaticani, ma non è limitato da alcun vincolo amministrativo. Questo ha portato ad una sorta di Selvaggio West, dove chi ha voluto ha potuto aprire qualsiasi tipo di attività.
IN 300 METRI 20 ESERCIZI STRANIERI PER TURISTI
In questo caso il risultato è disastroso, con centinaia di piccoli negozietti propagatisi anche nel limitrofo Trionfale e che vendono oggettini di poco valore, snack o bevande. Il tutto stride ancora di più dopo il bellissimo restyling di via Ottaviano. Grazie ai fondi del Giubileo, questo asse viario strategico per raggiungere San Pietro è stato completamente risistemato, con una nuova pavimentazione, alberi, illuminazione e panchine, tutto di qualità da “Capitale europea”. Il sindaco Roberto Gualtieri ha inaugurato la strada a dicembre 2024, pochi giorni prima dell’apertura dell’Anno Santo, ma accanto ad esercizi storici sono aumentati a dismisura quelli “usa e getta”. Solo su via Ottaviano ce ne sono ben 7, ma il numero si amplia nelle vie laterali: a via Germanico, tra via Leone IV e via Ottaviano, ci sono altri due minimarket, cinque saltafila, un’agenzia di servizi sempre per turisti; a via Vespasiano un minimarket, un’agenzia, un bar turistico. Infine viale Giulio Cesare con due minimarket e un altro bar sempre per turisti: tutti in un’area di circa 300 metri.
LA CESSIONE DELLE LICENZE E LA SUBLOCAZIONE E I ‘CONTRATTI PIRATA’
Il dubbio su queste piccole attività è legato alla loro sostenibilità economica. Si tratta spesso di società unipersonali o Srl con costi di gestione quasi azzerati, a parte quelli di affitto ed energetici. Per quanto riguarda il personale spesso si utilizzano quelli che Confesercenti definisce “contratti pirata“, da 5 euro l’ora, che costituiscono una vera e propria concorrenza sleale. Per aprire velocemente questi esercizi la procedura è sempre la stessa: viene acquistata a peso d’oro la licenza, che può essere di somministrazione – in questo caso le quotazioni sono molto alte – o di vendita; allo stesso tempo, nel caso in cui il contratto di affitto sia ancora in corso, avviene la sublocazione delle mura, senza che il proprietario delle mura possa comunque fare qualcosa. Come è facile intuire, il costo iniziale, per l’avvio dell’attività, è molto alto e fa sorgere perplessità sui tempi di ammortamento del capitale investito ed a tutto questo vanno sommati gli oneri fiscali, sia locali che nazionali, compreso il versamento periodico dell’IVA.
LE AMMINISTRAZIONI LOCALI? MANI LEGATE DALLA 241/90
Le città, quelle a forte vocazione turistica, stanno perdendo così la propria identità distintiva: al netto delle bellezze urbanistiche, monumentali, artistiche e culturali, fare acquisti a Roma, Firenze o Venezia non fa differenza, appaiono fotocopie sbiadite. L’impoverimento del commercio poi peggiora le città dal punto di vista della qualità della vita, della bellezza e infine della sicurezza. Da questo punto di vista anche le amministrazioni locali possono fare ben poco, vittime spesso di ricorsi persi di fronte al TAR nelle – poche – occasioni in cui si cerca di bloccare un’apertura.
Mentre molte città d’arte cercano di arginare la diffusione di negozi turistici e attività considerate di bassa qualità nei centri storici, la Legge 241 del 1990 pone limiti precisi alle azioni dei Comuni. Questa norma, che regola il funzionamento della pubblica amministrazione, impone infatti principi come legalità, trasparenza e parità di trattamento, impedendo decisioni arbitrarie o basate su semplici valutazioni estetiche o commerciali.
In pratica, un Comune non può vietare l’apertura di nuove attività solo perché ritenute “inappropriate” al contesto urbano: ogni provvedimento deve essere motivatamente fondato su un interesse pubblico concreto, come la tutela del patrimonio storico o la sicurezza urbana.
Anche eventuali restrizioni devono essere proporzionate e giustificate, non generalizzate o discriminatorie.
CITTA IMPOTENTI DI FRONTE ALLA COLONIZZAZIONE COMMERCIALE
Il risultato è che le amministrazioni locali si trovano spesso con poteri limitati di fronte alla “colonizzazione commerciale” dei centri storici. Possono intervenire solo attraverso strumenti urbanistici o vincoli paesaggistici specifici, non con divieti generici.
In sintesi, la Legge 241/1990 difende la libertà d’impresa e garantisce regole trasparenti, ma al tempo stesso rende difficile per i Comuni controllare la qualità e la tipologia delle attività che trasformano l’identità economica e culturale dei centri storici italiani.

JACOPO SCATA’
SCATA’, ASSESSORE COMMERCIO I MUNICIPIO: RIVEDERE LA LEGGE BERSANI
“La vicenda dell’apertura indiscriminata dei minimarket dovrebbe far riflettere il Parlamento nella necessità dopo quasi 20 anni a una rivisitazione della Legge Bersani approvata in condizioni economiche e sociali totalmente diverse da quelle attuali. Inoltre bisognerebbe rivedere anche la legge 241 del 1990 e le altre normative nazionali sul procedimento amministrativo rendendole più agili almeno per la fattispecie del procedimento sanzionatorio che è in capo ai Comuni”, sottolinea a PMINEWS Jacopo Scatà, assessore al commercio e alle attività produttive del I Municipio di Roma.