News15 Maggio 2024 11:21

Rapporto Istat. Tra 2019-23 economia in crescita ma Italia indietro su transizione digitale. Perso terreno su manifattura. I DATI

Lo scenario internazionale

• Nel 2023, la crescita del Pil mondiale è stata pari al 3,2 per cento, rispetto al 3,5 per cento del 2022, mentre la dinamica in volume dell’interscambio globale di beni e servizi è rallentata dal +5,6 ad appena lo 0,3 per cento (stime Fmi). 

• Sulle previsioni di crescita pesano diversi elementi di rischio e incertezza, dai conflitti geopolitici, a una nuova impennata dei corsi delle materie prime e una discesa più lenta del previsto dell’inflazione, all’andamento dell’economia cinese, a un possibile ulteriore indebolimento dell’interscambio commerciale.

Gli andamenti macroeconomici in Italia e nelle altre maggiori economie europee

• Tra il 2019 e il 2023 l’Italia è l’economia cresciuta a un ritmo più elevato tra le quattro maggiori dell’Unione europea, recuperando il livello del Pil di fine 2019 già nel terzo trimestre del 2021. A confronto con l’ultimo trimestre del 2019, a fine del 2023, il livello del Pil era superiore del 
4,2 per cento in Italia, del 2,9 in Spagna, dell’1,9 in Francia e solo dello 0,1 per cento in Germania.

• Nel 2023, in Italia il Pil è aumentato dello 0,9 per cento. La crescita è stata dello 0,7 per cento in Francia e del 2,5 per cento in Spagna, mentre la Germania ha registrato un calo (-0,3 per cento). Secondo le stime preliminari, nel primo trimestre del 2024, la crescita congiunturale dell’economia è stata dello 0,7 per cento in Spagna, lo 0,3 per cento in Italia e lo 0,2 per cento sia in Francia sia in Germania. Al netto degli effetti di calendario, la crescita acquisita per il 2024 sarebbe 
dell’1,6 per cento in Spagna, dello 0,5 in Francia e Italia, e dello -0,2 per cento in Germania.

• Alla crescita del Pil nel 2023 hanno contribuito per 0,7 punti percentuali i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, 0,2 quelli collettivi, 1,0 punti gli investimenti fissi lordi, La domanda estera netta ha pure dato un apporto per 0,3 punti, mentre il decumulo delle scorte di prodotti finiti ha sottratto 1,3 punti percentuali. 

• Nell’ultimo triennio, gli investimenti hanno dato un contributo sostanziale all’attività, con un impulso importante del comparto delle Costruzioni, grazie agli incentivi a sostegno dell’edilizia. Nell’ultimo anno, al contributo delle Costruzioni si è associato quello dei Macchinari e altre attrezzature (in particolare dei Mezzi di trasporto) e dei Prodotti di proprietà intellettuale.

• La crescita vivace dei flussi commerciali del 2021 e 2022 si è arrestata nel 2023. In questo periodo, l’andamento in valore degli scambi ha risentito delle fluttuazioni dei prezzi di energia e altre commodities e dell’andamento della domanda mondiale.

• Nel 2023 il valore delle esportazioni di beni è rimasto invariato, mentre quello delle importazioni si è ridotto del 10,4 per cento. In volume, le esportazioni sono calate, riportando una flessione del 5,1 per cento, alla quale ha contribuito la debolezza della Germania. Il saldo commerciale, negativo per oltre 30 miliardi di euro nel 2022, è tornato positivo per 34,5 miliardi.

• Nel 2023, gli occupati sono aumentati in media del 2,1 per cento (+481 mila unità), seguendo una crescita del 2,4 per cento nel 2022. L’aumento dell’occupazione è dovuto alla componente a tempo indeterminato e, in misura minore, agli indipendenti, mentre è diminuita l’occupazione a tempo determinato.

L’inflazione e i suoi effetti su imprese e famiglie

• Seguendo le quotazioni dell’energia, a partire dalla seconda metà del 2021 si è verificato un aumento fino a oltre il 30 per cento e poi una caduta dei prezzi all’importazione, a febbraio 2024 tornati sui livelli di fine 2021. Ciò si è riflesso sui prezzi alla produzione e in un’accelerazione dell’inflazione al consumo, seguita da un altrettanto rapido processo di disinflazione. 

• La variazione tendenziale dell’indice armonizzato ha raggiunto il 12,6 per cento a ottobre 2022, il livello più elevato tra le maggiori economie dell’Ue, scendendo allo 0,5 per cento a dicembre 2023. Su base annua, nel 2023 l’indice è cresciuto in media del 5,9 per cento (5,4 la media Uem; 5,7 per centro la variazione dell’indice NIC per l’intera collettività).

• Le pressioni inflattive negli stadi a monte delle filiere produttive hanno trainato la crescita dei costi variabili per unità di prodotto, il cui indice è salito di circa il 16 per cento tra il quarto trimestre del 2020 e il quarto del 2022. Leimprese hanno adeguato parzialmente i prezzi di vendita, con una compressione dei margini di profitto nel 2022. Nel 2023, per l’esaurirsi delle spinte inflattive, il deflatore dell’output è sceso con minore intensità rispetto ai costi variabili, con un pieno recupero dei margini.

• Nel triennio 2021-2023 le retribuzioni contrattuali orarie non hanno tenuto il passo dell’inflazione: tra gennaio 2021 e dicembre 2023, sono aumentate del 4,7 per cento, e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo del 17,3 per cento. La dinamica delle retribuzioni è tornata a superare quella dei prezzi da ottobre 2023, grazie alla decelerazione dell’inflazione; questa tendenza si conferma nel primo trimestre del 2024. 

• Tra il 2019 e il 2023, il reddito disponibile delle famiglie a prezzi correnti è cresciuto del 13,5 per cento. A prezzi costanti è, invece, diminuito dell’1,0 per cento rispetto al 2019. Il mantenimento del volume dei consumi nonostante la riduzione del potere d’acquisto ha comportato una riduzione della propensione al risparmio fino al 6,3 per cento del 2023, contro l’8,1 del 2019.

• L’aumento dei prezzi, fortemente differenziato tra i prodotti, e particolarmente elevato per i beni primari quali alimentari ed energia, ha avuto un impatto maggiore sulle famiglie appartenenti alla classe di spesa più bassa (primo quinto) e minore su quella più alta (quinto superiore): il divario tra questi due gruppi, fatto 100 il livello dei prezzi di inizio 2021,ha raggiunto 9,7 punti a novembre 2022, scendendo fino a 4,4 punti a marzo 2024. 

• Gli shock dell’ultimo quadriennio si sono riflessi anche in cambiamenti nella composizione della spesa per consumi: secondo le stime preliminari dell’Indagine sulle spese delle famiglie, tra 2019 e 2023 è aumentato il peso delle spese per Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili(inclusi interventi di ristrutturazione) e per i Prodotti alimentari e bevande analcoliche tra le voci più rilevanti, e di quelle per Alberghi e ristoranti, mentre si è ridotto sensibilmente quello delle spese per Abbigliamento e calzature e per Ricreazione, sport e cultura.

La finanza pubblica

• In Italia, è proseguito nel 2023 il lieve miglioramento del quadro di finanza pubblica. Il debito delle Amministrazioni Pubbliche è diminuito dal 140,5 al 137,3 per cento del Pil, e l’indebitamento netto si è ridotto di 13,8 miliardi, dall’8,6 al 7,4 per cento del Pil, come risultato di una spesa per interessi più contenuta e di un minor disavanzo primario,principalmente grazie alla dinamica sostenuta delle entrate e al ridimensionamento delle misure adottate nel 2022 per arginare la crisi energetica. 

La congiuntura demografica

• Negli ultimi due anni è rallentata la perdita di popolazione in atto dal 2014. Al 31 dicembre 2023, la popolazione residente ammonta a 58.989.749 unità, in calo di 7 mila persone rispetto alla stessa data dell’anno precedente. 

• Il 2023 ha fatto registrare l’ennesimo minimo storico in termini di nascite. Nonostante una riduzione dell’8 per cento dei decessi rispetto al 2022, il saldo naturale della popolazione resta fortemente negativo. Negli ultimi anni si è, inoltre, ridotto l’effetto positivo che la popolazione straniera ha esercitato sulle nascite a partire dai primi anni Duemila.

Criticità e cambiamenti: la transizione digitale

• Nonostante la recente accelerazione della trasformazione digitale delle imprese, il sistema produttivo italiano è ancora in ritardo rispetto alle altre maggiori economie dell’Uenell’adozione delle tecnologie più complesse e nello sviluppo delle competenze ICT tra i lavoratori.

• Poco più della metà degli addetti delle imprese italiane è dotato di dispositivi connessi nello svolgimento del proprio lavoro (10 punti al di sotto della Germania), mentre l’Italia è ultima fra i principali paesi Ue nell’adozione di software gestionali nell’organizzazione del lavoro e nella gestione delle informazioni. 

• Solo il 5 per cento delle imprese italiane fa uso di tecnologie di Intelligenza Artificiale, contro l’8 per cento della media Ue e l’11 per cento della Germania. Più di 8 imprese italiane su 10 ne percepiscono le potenzialità, ma molte segnalano come ostacoli la mancanza di competenze e gli alti costi.

• La carenza di professionisti ICT è un problema comune a tutta l’Ue. In Italia questi rappresentano il 3,9 per cento degli occupati, con un livello e una crescita inferiori rispetto alle altre maggiori economie europee.

• Il processo di transizione digitale è in atto anche nella Pubblica Amministrazione. Il recente miglioramento dell’infrastruttura informatica ha consentito un ampliamento della disponibilità e della gamma dei servizi forniti online. Ciò si è tradotto in una progressiva crescita dei fruitori tra le imprese e i cittadini in quest’ultimo caso anche grazie all’accresciuto utilizzo delle identità digitali: sono attualmente 38 milioni gli italiani che utilizzano l’identità digitale per accedere ai servizi pubblici, con un’incidenza sul totale della popolazione al di sopra della media europea.

Criticità e cambiamenti: l’internazionalizzazione del sistema produttivo

• Con l’ampliamento del ruolo dalle economie emergenti, il posizionamento dell’Italia nelle catene globali del valore si è relativamente modificato. Pur aumentando la dipendenza del sistema produttivo italiano dall’estero, l’Italia ha mantenuto una posizione da esportatore netto: al 2019, 
il 45 per cento della produzione italiana è utilizzata come input diretto o indiretto nei processi produttivi esteri; la quota di input esteri che attivano la produzione interna, invece, è inferiore al 21 per cento.

• La relativa erosione della rilevanza – oltre al peso crescente dei BRICS – è associata a un indebolimento del posizionamento della manifattura. L’aumento della dipendenza si è legata all’incremento del peso delle importazioni di servizi a maggior contenuto di conoscenza e alla maggiore integrazione di alcune filiere manifatturiere, dovuta in larga parte alle delocalizzazioni e alle strategie globali delle imprese multinazionali.

• Tra il 2000 e il 2023, la performance commerciale dell’Italia è stata migliore rispetto alla Francia, ma inferiore al confronto di Spagna e Germania; le esportazioni del Made in Italytradizionale nelle filiere del tessile-abbigliamento e dell’abitare hanno perso terreno nei confronti della concorrenza, riducendo il loro peso sul totale delle esportazioni di 10 punti percentuali.

• L’Italia ha perso meno terreno nell’esportazione di macchinari e ha rafforzato la propria specializzazione nei prodotti alimentari, che hanno incrementato il loro peso sul totale delle esportazioni di poco meno di 5 punti percentuali. Il nostro Paese ha inoltre beneficiato dello sviluppo dell’export nella farmaceutica, benché in larga parte dovuto agli scambi intra-gruppo di multinazionali estere.

• Le esportazioni di servizi, raddoppiate in valore fra il 2000 il 2023, sono cresciute a un ritmo inferiore rispetto a quanto riscontrato nei principali paesi Ue. Anche in questo caso,l’Italia ha sofferto sia per la debolezza della propria specializzazione iniziale – sbilanciata sul turismo, cresciuto meno dei comparti più intensi in conoscenza – sia per la stagnazione della produttività del lavoro che ha caratterizzato il terziario.

• Le esportazioni contribuiscono in maniera rilevante all’attività del sistema produttivo italiano. Un esercizio di simulazione mostra come a un incremento del 10 per cento delle esportazioni manifatturiere ne corrisponda uno di 1,6 punti percentuali di valore aggiunto, con una concentrazione degli effetti nel segmento delle medie e grandi imprese e nelle imprese internazionalizzate.

Criticità e cambiamenti: crescita economica e produttività

• In Italia, solo a fine 2023 il Pil reale è tornato ai livelli del 2007: in 15 anni, si è accumulato un divario di crescita di oltre 10 punti con la Spagna, 14 con la Francia e 17 con la Germania. Se si confronta il 2023 con il 2000, il divario è di oltre 20 punti con Francia e Germania, e di oltre 30 con la Spagna.

• La stagnazione della produttività del lavoro è uno degli elementi che ha caratterizzato il debole andamento del Pil in volume negli ultimi vent’anni e il conseguente allargamento del divario di crescita con le altre principali economie dell’Ue. In volume, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto di solo l’1,3 per cento tra 2007 e 2023, contro il 3,6 per cento in Francia, il 10,5 in Germania e 
il 15,2 per cento in Spagna.

• Nel sistema delle imprese, in Italia, il livello della produttività (valore aggiunto per addetto) a prezzi correnti nellamanifattura è inferiore a quello osservato in Francia e Germania solo nel segmento delle micro e piccole imprese, che però hanno un peso maggiore nel nostro Paese. Nei servizi, invece, le imprese italiane mostrano una produttività inferiore in tutte le classi dimensionali.

• Uno degli elementi che concorre a spiegare la bassa crescita delle produttività può essere rintracciato nella dinamica degli investimenti. Questa è rimasta a lungo depressa, recuperando però decisamente nell’ultimo triennio, anche nei confronti delle altre maggiori economie europee.

• La debolezza degli investimenti tocca in particolare quelli in beni immateriali e nelle attrezzature ICT, le componenti che più incidono sull’ammodernamento dello stock di capitale. In questo caso l’Italia mostra un livello sul Pil ancora inferiore rispetto alle altre grandi economie Ue, nonostante la crescita registrata nel periodo più recente.